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Sport e attività motoria nella fase 2 Covid

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Si ritorna finalmente a praticare sport e attività motoria all’aperto, ma, dopo 2 mesi di quarantena, ripartire ai livelli pre-epidemici risulta impossibile e partire con troppo entusiasmo potrebbe creare dei seri problemi muscolo scheletrici.

Da qui sorge una domanda spontanea, ovvero: Come si relazionano i carichi di allenamento e le competizioni con gli infortuni?

Gli infortuni sono comuni in una varietà di discipline sportive, compromettendo la performance e con conseguenze gravose sia in termini finanziari che in termini di salute nel lungo termine.

Le cause di questi infortuni sono numerose, evidenziati da diversi modelli eziologici multifattoriali. Tuttavia, indipendentemente dall’interazione dei fattori di rischio, ogni infortunio si verifica quando gli atleti sono esposti alle competizioni ed ai continui carichi di allenamento con lo scopo di indurre cambiamenti fisiologici positivi e massimizzare le prestazioni.

Mentre da una parte sono necessari carichi di lavoro adeguati per promuovere adattamenti positivi, per acquisire nuove competenze e per migliorare i livelli di fitness, dall’altra parte elevati carichi di lavoro ed in particolare i “picchi” di carico sono fortemente associati al rischio di infortunio.

Sebbene questa associazione sia stata dimostrata nel calcio, nel football australiano e nel rugby, pochi autori hanno saputo spiegare i meccanismi sottostanti attraverso i quali i carichi di lavoro si relazionano agli infortuni.

Inoltre, i modelli eziologici degli infortuni non tengono conto delle relazioni tra carichi di lavoro e rischio di infortunio. Pertanto, lo scopo di questo documento è di presentare un modello eziologico aggiornato che tiene conto degli effetti dei carichi di lavoro sugli infortuni negli atleti.

Perché gli atleti si fanno male? I modelli eziologici degli infortuni

Sebbene la natura multifattoriale degli infortuni sia ben nota, i singoli fattori di rischio non riescono adeguatamente a prevedere gli infortuni e di conseguenza i limiti delle analisi dei fattori di rischio è stato messo in discussione.

A partire da questo presupposto, un primo modello eziologico è quello di Meeuwisse nel 1994, che proponeva un approccio multifattoriale ed epidemiologico per investigare e comprendere le cause degli infortuni.

All’interno di questo modello multifattoriale, gli atleti presentano fattori di rischio intrinseci (interni) che li predispongono agli infortuni. Alcuni di questi fattori, come l’età, non sono modificabili, mentre altri, ad esempio la flessibilità, sono modificabili. Questi atleti poi sono esposti anche a fattori di rischio estrinseci (esterni), come la superficie di gioco od il comportamento dell’avversario, che li rendono suscettibili agli infortuni.

Per ultimo, un certo evento scatenante si verifica in cui lo stress meccanico supera la capacità di tolleranza dei tessuti dell’atleta con conseguente infortunio (vedi figura 1).




Figura 1: il primo modello multifattoriale adattato e tradotto da Meeuwisse et al., 19941

In due articoli successivi pubblicati nel British Journal of Sports Medicine‎, Bahr e colleghi, basandosi sul precedente modello multifattoriale, hanno sottolineato e focalizzato l’attenzione su alcuni aspetti mostrati in figura 2.

In primo luogo, hanno ampliato la descrizione dei fattori di rischio interni ed esterni e le successive implicazioni metodologiche. In secondo luogo, hanno proposto una descrizione più approfondita dei fattori biomeccanici che contribuiscono all’evento scatenante l’infortunio, basandosi sul modello biomeccanico dell’infortuno di McIntosh.

Più recentemente, Meeuwisse e colleghi hanno proposto una modifica di questi modelli eziologici sotto forma di un “modello eziologico dinamico e ricorsivo, come mostrato in figura 3.




Figura 3: Modello eziologico dinamico degli infortuni, adattato e tradotto da Meeuwisse e colleghi.

CARICHI DI LAVORO E LESIONI: COSA CONOSCIAMO?

Definizione e quantificazione dei carichi di lavoro

I carichi di lavoro, definiti in una revisione sistematica di Gabbett e colleghi, sono

“la quantità cumulativa di stress esercitata su un individuo da più sessioni di allenamento e competizioni per un periodo di tempo”. Come spiega Smith, sono “una combinazione di … intensità, durata e frequenza [allenamento e competizione].

In sostanza, i carichi di lavoro quantificano le richieste imposte ad un atleta durante una o più partite o periodi di allenamento. Idealmente, l’allenamento è prescritto in modo tale da rompere l’omeostasi (l’equilibrio) degli atleti e favorire un adattamento ottimale durante il recupero. Questo fine equilibrio cerca di evitare da un lato – un carico di lavoro insufficiente che determini un detraining (sottoallenamento) o che non induca alcun adattamento , e dall’altro – carichi eccessivi che inducono maladattamenti o sovrallenamento (overtraining).

Tuttavia, la prescrizione di carichi ottimali conduce ad un determinato numero di sfide nella scelta di una misura di carico di lavoro adeguata.

I carichi di lavoro possono essere misurati come carichi esterni o interni. I carichi esterni quantificano la quantità di lavoro svolto dall’atleta (ad es. distanza percorsa, palle lanciate, ecc.), mentre i carichi interni misurano lo stress fisiologico e psicologico relativo imposto all’atleta.

Carico esterno Carico interno
Frequenza (giorno/settimana/anno) Valutazione dello sforzo percepito nella sessione (RPE x minuti)
Tempo (minuti/secondi) Rapporto Frequenza cardiaca / RPE
Carico AccelerometricoLattato ematico
Distanza percorsaQuestionari sul recupero/ stress/benessere percepiti
Distanza percorsa ad alta velocità
Salti eseguiti
Potenza espressa, velocità, accelerazione
Time motion analysis
Funzione neuromuscolare
Peso sollevato
Lanci o prese performati

Un dato carico esterno susciterà diverse risposte interne in ciascun atleta, in base alle caratteristiche di come viene applicato il carico esterno e le caratteristiche individuali dell’atleta (ad es. genetica, livello di forma fisica, allenamento, ecc.). Sono state sviluppate e proposte numerose misure per carichi interni ed esterni (tabella 1).

Tabella 1: Esempi di quantificazione per carichi esterni ed interni10,12 (adattato e tradotto da Windt et al., 2017)

Tuttavia, ciascuna di queste misure mira a quantificare il carico di lavoro completato dall’atleta e / o la loro risposta a tale lavoro. È necessario prestare particolare attenzione al tipo (interno o esterno) e alle misure specifiche di carico più appropriate, sulla base del contesto sportivo, degli obiettivi del monitoraggio del carico, dei vincoli logistici e finanziari e delle proprietà psicometriche (validità / affidabilità) di queste misure specifiche.

Monitoraggio dei carichi di lavoro in relazione alle prestazioni, periodizzazione e sovra-allenamento

Come descrivono Borresen e Lambert nella loro revisione sui carichi di lavoro, risposte fisiologiche e performance, “ottimizzare l’allenamento comporta prima la quantificazione di ciò che l’atleta sta attualmente facendo “. Tradizionalmente, questa quantificazione del carico ha permesso di: (1) prevedere le prestazioni, (2) pianificare, periodizzare ed implementare l’allenamento e (3) monitorare lo stress e l’affaticamento.

  1. Previsione delle prestazioni: in cui si contrappone la fitness come un impulso positivo di allenamento, e la fatica come impulso negativo. Questi principi di base sono alla base di strategie prestazionali come il tapering, in cui un miglioramento delle prestazioni del 3% (compreso tra 0,5 e 6,0%) può essere ottenuto modificando il volume e l’intensità dell’allenamento per ridurre al minimo l’affaticamento mantenendo gli adattamenti fisiologici, ottimizzando così le prestazioni nelle competizioni principali. È importante che questi principi di base siano adattati ai singoli atleti, con il carico applicato e la risposta individuale monitorati ove possibile.
  2. Pianificazione, periodizzazione e attuazione di piani di allenamento: gli allenatori utilizzano i principi intrinseci dei carichi di lavoro e dell’adattamento per progettare i piani di allenamento periodico, con l’obiettivo di suscitare un adattamento ottimale. Tuttavia, tali carichi di lavoro dovranno essere monitorati per garantire una corretta implementazione, vista la discrepanza dimostratasi tra le percezioni dell’allenatore e degli atleti. Inoltre, il monitoraggio del carico di lavoro è necessario per apportare e implementare raffinate modifiche ai carichi di allenamento.
  3. Monitoraggio della fatica per prevenire l’overtraining: il monitoraggio dei carichi di lavoro nel tempo viene effettuato negli atleti per valutare i livelli di stress, l’affaticamento, l’umore e la prontezza all’allenamento. Sia le misure fisiologiche (ad es. variabilità della frequenza cardiaca, frequenza cardiaca di recupero, livelli ormonali, livelli di catecolamina etc etc) e sia le misure psicologiche (ad esempio, REST-Q, POMS, DALDA) sono raccomandate al fine di monitorare i carichi di lavoro interni e le risposte degli atleti. Nel monitoraggio longitudinale dei carichi di lavoro, grandi deviazioni individuali dalle risposte normali e discrepanze tra misure di carico interno ed esterno sono indicativi delle risposte degli atleti all’allenamento. Per esempio, carichi interni inferiori con un carico esterno costante può indicare un miglioramenti della forma fisica, mentre un aumento del carico interno con lo stesso carico esterno potrebbe indicare invece uno stato di affaticamento.

L’obiettivo comune dei carichi di allenamento è di massimizzare le prestazioni e di produrre adattamenti positivi attraverso lo stress positivo dell’atleta.

Quindi, ogni volta che gli atleti si allenano, si espongono agli affaticanti effetti dell’allenamento, nonché ai rischi di potenziale maladattamenti dovuto all’overtraining.

In effetti, ogni infortunio è sostenuto mentre un atleta è sottoposto ad un carico di lavoro e ciò pone la seguente domanda:

  • come si relazionano i carichi di lavoro al verificarsi di lesioni?
  • È una semplice questione di maggiori carichi che portano ad un aumento degli infortuni o c’è dell’altro in gioco?

Carichi di lavoro totali e infortuni

Ad ogni sessione di allenamento od incontro, gli atleti sono esposti al rischio di subire un infortunio, e di conseguenza può sembrare intuitivo come un aumento del carico possa comportare una maggiore incidenza di lesioni.

Tradizionalmente, le indagini si sono concentrate sulla relazione tra carichi di lavoro assoluti e lesioni.

Tim Gabbett ha sviluppato un modello predittivo degli infortuni usando una valutazione dello sforzo percepito come indicatore del carico interno tra i giocatori d’élite del campionato di rugby per oltre due anni, mostrando come quei giocatori che superavano la soglia di carico di lavoro settimanale aveva 70 volte più probabilità di subire una lesione ai tessuti molli. Collettivamente, questi dati indicano che c’è un aumentato rischio di infortunio con un aumento del carico di lavoro assoluto.

Questa relazione tra alto carico di lavoro – maggior numero di infortuni potrebbe dare l’impressione che i carichi di lavoro debbano essere ridotti per minimizzare il rischio infortunio.

Ma ci sono due punti importanti;

  • Innanzitutto, sono necessari carichi di lavoro adeguati per indurre benefici adattamenti fisiologici come una migliore capacità aerobica, un ottimale composizione corporea, forza e abilità di ripetuti sprint, che rappresentano requisiti fondamentali nelle prestazioni elevate e molti dei quali sono associati con un ridotto rischio di infortunio. Pertanto, i carichi di lavoro troppo bassi potrebbero non solo ridurre le prestazioni, ma potrebbero comportare livelli più bassi di fitness e preparazione, aumentando di conseguenza il rischio infortunio.
  • In secondo luogo, potrebbe non essere solo il carico di lavoro totale applicato a contribuire al rischio di lesioni, ma anche il modo in cui viene applicato. In effetti, alcune indagini mostrano come i carichi di lavoro totali non sono sempre associati ad un aumentato rischio di infortunio, mentre il tasso di cambiamento di questi carichi di lavoro nel tempo è un fattore predittivo più forte.

Rapporto carico Acuto:Cronico ed infortuni

In particolare, le indagini sulle lesioni da sovraccarico hanno recentemente esaminato la relazione tra carico di lavoro acuto (1 settimana) e cronico (4 settimane), quale indice di rapporto tra il carico allenante della settimana e la media dei carichi allenanti delle ultime 4 settimane, con lo scopo di definire, settimanalmente, lo stato di adattamento ai carichi e la possibilità di incorrere in infortunio (ACWR: Acute:Chronic Workload Ratio)

Questo rapporto è stato valutato in differenti sport di squadra e individuali, per cercare di validare come il rapporto tra carico acuto e cronico possa identificare differenti range di valori per i quali la condizione allenante dell’atleta sia associata alla possibilità di rischio di infortunio.

È stato dimostrato, nei giocatori di cricket, come un rapporto tra il carico acuto e quello cronico > 1.5 si correli ad un rischio di infortuni maggiore di 2-4 volte nella settimana successiva.

Si è visto come questo rapporto viene semplicemente descritto come il “picco” di allenamento, e come questo possa aumentare sia il rischio di infortuni nei giocatori di rugby e nei calciatori professionisti (figura 4) e sia un successivo infortunio durante il ritorno allo sport (figura 5).

Oltre a comprendere come sia i carichi di lavoro totali e sia i cambiamenti del carico nel tempo possano correlarsi al rischio di lesioni, i ricercatori hanno iniziato a combinare queste due variabili per determinare il risultato ottimale in termini di performance e prevenzione degli infortuni.



L’area ombreggiata in verde (“punto dolce”) rappresenta un rapporto tra carico acuto: cronico in cui il rischio di lesioni è basso.

L’area ombreggiata in rosso (“zona di pericolo”) rappresenta invece un rapporto in cui il rischio infortunio è elevato. Per minimizzare il rischio di lesioni, i professionisti dovrebbero mirare a mantenere il rapporto tra carico allenante acuto:cronico entro un intervallo di circa 0,8-1,3.

Il paradosso degli infortuni dovuti al carico allenante

Contrariamente all’idea che i carichi allenanti più elevati contribuiscono a una maggiore incidenza di infortuni, gli stessi carichi di lavoro elevati possono contribuire a migliorare la forma fisica proteggendo l’atleta dall’infortunio.




Questo paradosso, con potenziale effetto preventivo, può essere affrontato considerando l’impiego di carichi elevati come integrazione alle sessioni di allenamento, a fronte di una adeguata gestione dei picchi nell’incremento settimanale, il cui limite si aggira intorno al 10% del carico cronico, mantenendo il rapporto del carico allenante cronico in un intervallo moderato

Un modello eziologico degli infortuni aggiornato che incorpora gli effetti del carico di lavoro

I precedenti modelli eziologici non includevano i carichi di lavoro all’interno del modello, né spiegavano la forte associazione del carico con gli infortuni.

Lesioni da overuse, o “infortuni da errati carichi allenanti”, possono essere fortemente correlati al carico di lavoro, sebbene ci sia un evento incitante di sovraccarico del tessuto, sebbene non sempre identificabile.

Inoltre, i carichi di lavoro non sono né una caratteristica dell’atleta (fattore di rischio interno), né un aspetto dell’ambiente in cui l’atleta partecipa (fattore di rischio esterno).

Piuttosto, i carichi allenanti e di competizione sono meglio compresi come il “veicolo” in cui gli atleti sono esposti sia a fattori di rischio esterni e sia a potenziali eventi incitanti.

Con questa comprensione, gli infortuni non sono causati direttamente dai carichi di lavoro. Al contrario, i carichi allenanti e di competizione contribuiscono al rischio di infortuni esponendo gli atleti a situazioni potenzialmente dannose, nonché attraverso i loro effetti positivi e negativi su numerosi fattori di rischio interni modificabili.

Pertanto, è stato proposto un modello eziologico degli infortuni aggiornato che incorpora esplicitamente i carichi di lavoro all’interno della catena causale, e che delinea i suoi effetti noti.

Questo modello descrive la natura in continua evoluzione del rischio di infortunio di un atleta, nonché la possibilità che un atleta possa o meno subire un infortunio dopo essere stato esposto a carichi di allenamenti o gare. È stato mantenuto il ruolo dei fattori di rischio interni ed esterni in linea con le precedenti iterazioni del modello. Tuttavia, sono stati divisi i fattori di rischio interni in fattori modificabili e non modificabili per differenziare quelli che possono cambiare attraverso adattamenti.

Inoltre, hanno esteso i modelli precedenti includendo l ‘”Applicazione del carico di lavoro “come il processo principale in base al quale un atleta è esposto a vari fattori di rischio esterni e potenziali eventi incitanti: il veicolo in base al quale un atleta passa da un” atleta predisposto “a un” atleta sensibile”.

Infatti, l’autore inquadra il carico di lavoro non come un evento scatenante l’infortunio, né come un fattore di rischio, ma come una situazione che veicola l’esposizione ai fattori di rischio. Avendo questa conoscenza di base, i carichi di lavoro non vengono più considerati la causa diretta degli infortuni.

Considerando che il modello di Meeuwisse e colleghi ha specificato che un atleta che si impegna nella partecipazione ripetuta può sperimentare adattamento/maladattamenti e di conseguenza alterare il rischio infortunio, viene delineato da questi autori che l’adattamento dell’atleta deriva dal risultato di ogni singolo carico di lavoro applicato.

Rispetto ai modelli precedenti, quello proposto da Windt e Gabbett considera l’influenza del carico di lavoro nel produrre adattamenti positivi (fitness) o negativi (affaticamento) in grado di influire sui fattori di rischio interni e di modificare la predisposizione dell’atleta a determinati infortuni.

Considerando che Banister e colleghi si sono concentrati su questi adattamenti dal punto di vista delle prestazioni, riteniamo che funzionino in modo simile nel modificare dinamicamente il rischio degli infortuni.

Infine, quando gli atleti subiscono un infortunio, devono impegnarsi nella riabilitazione e nel percorso verso il ritorno allo sport. Tuttavia, questi atleti fanno affidamento sull’applicazione dei carichi di lavoro attraverso lo stesso processo per ripristinare il tessuto leso e prepararlo per le esigenze di allenamento e competizione, e di conseguenza si applica questo modello eziologico integrato ai carichi di lavoro anche a seguito di un infortunio.

Pertanto, i carichi di lavoro influenzano l’eziologia degli infortuni attraverso tre modi:

  • Esposizione: i carichi allenanti e di competizione sono il veicolo in cui gli atleti sono esposti a fattori di rischio esterni e attraverso il quale sono esposti a potenziali eventi incitanti.
  • Fitness: adattamenti positivi all’allenamento, che migliorano i fattori di rischio interni modificabili, come la capacità aerobica ed i livelli di abilità.
  • Fatica: conseguenza negativa associate all’allenamento, causando, temporaneamente, una riduzione delle capacità dei fattori di rischio modificabili, come la resistenza del tessuto od il controllo neuromuscolare

Secondo questo modello, i carichi di lavoro sono molto probabilmente associati a lesioni in tre condizioni principali:

  1. I carichi di lavoro elevati aumentano l’esposizione, aumentando di conseguenza il rischio infortunio.
  2. I carichi di lavoro che inducono alti livelli di cambiamenti negativi ai fattori di rischio interni modificabili (ad es. “Fatica”) aumentano il rischio delle lesioni. Un buon marker di come il carico di lavoro influisce sull’affaticamento può essere l’acute:chronic workload ratio, ovvero il rapporto tra carico di lavoro acuto : cronico, laddove gli alti rapporti indicano che gli atleti sono stati sottoposti ad un carico che è sostanzialmente superiore rispetto ai precedenti carichi di lavoro. Le misure fisiologiche e psicologiche del carico interno possono anche indicare i livelli di affaticamento degli atleti. In questo caso, possono verificarsi cambiamenti negativi a una serie di fattori di rischio interni modificabili, come un controllo neuromuscolare compromesso o la ridotta capacità di carico dei tessuti, che aumentano la successiva predisposizione alla lesione.
  3. I carichi di lavoro che massimizzano gli adattamenti positivi minimizzando l’affaticamento contribuiranno a rendere gli atleti più resistenti agli infortuni.

Limitazioni del modello

Come con qualsiasi modello, questo modello di eziologia delle lesioni proposto è incompleto. Un carico di lavoro impostato può indurre vari livelli di adattamenti positivi e/o negativi sulla base di fattori di stress aggiuntivi dell’atleta (ad es. viaggi e mancanza di sonno), che non sono esplicitamente incorporati nel modello.

Inoltre, alcuni fattori di rischio noti non sono elencati esplicitamente (ad es. Genotipo, stato psicologico, tipo di fibra muscolare, ecc.) mentre altri fattori di rischio devono ancora essere identificati.

Per fare un esempio, i carichi di lavoro possono influire su alcune variabili psicologiche (ad es. Impegno nell’allenamento, colpa personale, stress / affaticamento percepito, ecc.) che potrebbero successivamente modificare il comportamento del match / allenamento e modificare il rischio di lesioni.

Occorre inoltre puntualizzare sul fatto che i carichi di lavoro non influiscono in ugual modo su tutti gli infortuni: sono infatti meno correlati a lesioni da contatto o a lesioni dovuti ai cambi di direzione. Tale modello indica invece che infortuni da sovraccarico dei tessuti sono dovute a carichi di lavoro eccessivi o a picchi di carico di lavoro che producono un adattamento negativo in assenza di un adeguato recupero e adattamento positivo.

Conclusioni

Riassumendo, i precedenti modelli di eziologia degli infortuni non includevano i carichi di lavoro allenanti e le competizioni. I carichi di lavoro non rappresentano né un fattore di rischio interno né un fattore di rischio esterno per un infortunio, ma sono il “veicolo” con cui gli atleti competono o si allenano per i rispettivi sport.

Questo nuovo modello eziologico degli infortuni aggiornato aiuta a fornire un quadro concettuale sul “perché” i carichi di lavoro sono fortemente associati agli infortuni. Secondo questo modello, l’aumento dei carichi di lavoro aumenta il rischio di lesioni attraverso l’esposizione a fattori di rischio esterni e potenziali eventi incitanti. Tuttavia, modificano continuamente la predisposizione alle lesioni inducendo adattamenti fisiologici, alcuni positivi e altri negativi.

Pertanto, quando gli atleti sperimentano un picco nell’allenamento per cui non sono preparati (ad esempio, un elevato acute: chronic workload ratio- ACWR), probabilmente sperimentano maggiori gradi di maladattamenti negativi, modificando una serie di fattori di rischio interni e aumentando la loro predisposizione all’infortunio nelle sedute successive.

Al contrario, l’accumulo di elevati carichi di lavoro cronici, evitando al contempo picchi di allenamento, è in grado di massimizzare gli adattamenti fisiologici positivi all’allenamento e quindi ridurre il rischio di lesioni, come suggerito dal modello di paradosso del carico di allenamento – prevenzione delle lesioni.

Notiamo inoltre che gli effetti confondenti e interagenti dei carichi di lavoro e molti fattori di rischio sono ancora sconosciuti. Tuttavia, indagini longitudinali con misure ripetute di carichi di lavoro e fattori di rischio modificabili possono iniziare a svelare queste relazioni e fornire ulteriori approfondimenti sulla natura dinamica dell’eziologia delle lesioni.

A cura di

GIONATA PROSPERI FT, SPT, SM, cert. VRS          

  • Fisioterapista Sportivo  e Scienze MotorieOMPT Student – SUPSI switzerland
  • Fisioterapista esperto in Terapia Manuale nelle cefalee, emicrania
  • Fisioterapista dei disturbi dell’articolazione Temporo – Mandibolare
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